Le note scolastiche decidono chi sei. E la società lo sa bene

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Le ripercussioni sociali iniziano in classe, spesso durante la restituzione dei compiti in classe.
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La conoscenza è il faro che illumina ogni nostro passo.

Un sei in matematica può chiudere porte universitarie, rovinare amicizie e modificare l’autostima di un adolescente per anni

Nel 2023, uno studio dell’Università di Padova ha rilevato che il 34% degli studenti italiani delle scuole medie e superiori associa il proprio valore personale al voto ricevuto in pagella. Non alla competenza acquisita, non all’impegno dimostrato: al numero scritto in rosso sul registro. Quel numero ha un peso specifico che va ben oltre la funzione didattica per cui è stato inventato.

Il sistema dei voti in Italia risale all’Ottocento, quando il Regio Decreto del 1888 introdusse una scala numerica per misurare il rendimento degli alunni. Da allora, la struttura è rimasta quasi identica. Cambia la pedagogia, cambiano le tecnologie, cambiano i ragazzi. La nota da uno a dieci, no.

Le ripercussioni sociali iniziano in classe, spesso durante la restituzione dei compiti in classe. L’insegnante legge i voti ad alta voce, oppure li scrive sul foglio che passa di mano in mano. In pochi secondi, la gerarchia si ridisegna. Chi ha preso otto o dieci viene guardato con rispetto o invidia. Chi ha preso quattro abbassa gli occhi. Questa dinamica, apparentemente banale, produce effetti misurabili: uno studio pubblicato nel 2019 sul Journal of Educational Psychology ha documentato come la comunicazione pubblica dei voti aumenti i sintomi di ansia sociale negli studenti con rendimento medio-basso fino al 27%.

Le note non restano dentro le mura scolastiche. Arrivano a casa, dove il dialogo tra genitori e figli si costruisce spesso intorno a un numero. Famiglie che si spaccano su un quattro in fisica. Cene silenziose dopo una pagella deludente. Il sociologo Massimo Paci, nel suo lavoro del 2017 sulle disuguaglianze nell’istruzione italiana, ha descritto il voto come “un dispositivo di trasmissione dell’ansia da prestazione tra generazioni”: i genitori che da ragazzi hanno sofferto la pressione dei voti la replicano, spesso inconsapevolmente, sui figli.

C’è anche una dimensione di classe sociale difficile da ignorare. I ragazzi provenienti da famiglie con reddito medio-alto hanno accesso a ripetizioni private, corsi di recupero, ambienti domestici silenziosi dove studiare. Quelli che crescono in contesti economicamente fragili spesso no. Eppure ricevono lo stesso voto, come se le condizioni di partenza fossero identiche. L’INVALSI ha registrato nel 2022 un divario di oltre 15 punti percentuali nelle competenze in italiano e matematica tra studenti del Nord e del Sud Italia, un gap che si riflette direttamente nelle medie scolastiche e che il voto numerico non spiega né contestualizza.

Tra i pari, il voto funziona come marcatore identitario. I “secchioni” — termine che in italiano porta ancora un alone di derisione — vengono separati dal gruppo dei “normali” già a partire dalle scuole medie. Una ricerca condotta dall’Università Cattolica di Milano nel 2021 su un campione di 1.200 studenti ha mostrato che i ragazzi con medie superiori al 8 vengono percepiti dai compagni come meno divertenti, meno sportivi e meno desiderabili come amici, indipendentemente dal loro comportamento reale. Il voto alto, in certi ambienti scolastici, diventa un ostacolo alla socializzazione.

La pressione si inverte nelle classi selettive, nei licei classici o scientifici più competitivi, dove avere meno di sette equivale a un’onta pubblica. In questi contesti, il confronto ossessivo tra medie diventa una forma di competizione permanente. Psicologi scolastici come Stefania Andreoli, autrice di diversi libri sull’adolescenza, hanno descritto questo fenomeno come “bulimia da prestazione”: ragazzi che accumulano voti alti senza costruire un rapporto genuino con il sapere, e che crollano alla prima bocciatura o al primo esame universitario non superato.

La bocciatura, poi, è un capitolo a parte. In Italia, nel 2022, sono stati bocciati circa 180.000 studenti tra scuole medie e superiori. Il Ministero dell’Istruzione tratta il dato come strumento di valutazione del sistema. I sociologi lo leggono diversamente: la probabilità di essere bocciati in Italia è tre volte più alta per i figli di operai rispetto ai figli di professionisti. La nota insufficiente, in questo senso, non misura solo il livello di apprendimento: spesso registra la posizione sociale di partenza.

Alcuni paesi europei hanno già scelto strade alternative. La Finlandia ha abolito i voti numerici fino all’età di tredici anni, sostituendoli con valutazioni descrittive che spiegano cosa lo studente sa fare e cosa può migliorare. In Svezia, la scala numerica è stata reintrodotta nel 2012 dopo un periodo di valutazione qualitativa, ma il dibattito resta aperto. In Francia, dove il voto in ventesimi è quasi sacro, il Ministero dell’Educazione Nationale ha avviato nel 2023 una sperimentazione in 700 scuole con sistemi di valutazione per competenze, suscitando reazioni polarizzate tra insegnanti e famiglie.

In Italia, il dibattito esiste ma procede lentamente. Nel 2020, il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina aveva proposto di eliminare i voti numerici alle elementari, sostituendoli con giudizi descrittivi. La riforma è stata introdotta in via sperimentale, ma la resistenza di molti genitori e docenti ha limitato l’impatto culturale del cambiamento. Molti insegnanti continuano a comunicare informalmente i voti numerici ai genitori, anche quando sul registro ufficiale compare un giudizio testuale.

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