Meloni al Pulp Podcast: Iran, giustizia e autonomia strategica, una conversazione senza filtri
Meloni al Pulp Podcast: Iran, giustizia e autonomia strategica, una conversazione senza filtri

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Novantacinque percento. È la percentuale con cui i giudici italiani approvano le richieste di convalida degli arresti avanzate dai pubblici ministeri.
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La premier affronta senza schemi preconfezionati i temi più caldi del momento, dall’attacco a Teheran al referendum sulla separazione delle carriere

Novantacinque percento. È la percentuale con cui i giudici italiani approvano le richieste di convalida degli arresti avanzate dai pubblici ministeri. Novantanove per cento per le proroghe delle intercettazioni. Sono questi i numeri con cui Giorgia Meloni ha scelto di aprire la sua difesa del referendum sulla riforma della giustizia, senza passare per le retoriche consuete, in un’intervista lunga e diretta rilasciata al Pulp Podcast.

Iran: né pacifismo né entusiasmo bellico

Sul conflitto in Medio Oriente, Meloni ha tracciato una posizione che rifiuta la semplificazione binaria tra “pro-guerra” e “pro-pace”. L’Italia non partecipa all’attacco contro l’Iran e non intende farlo, ma questo non equivale a una condanna netta dell’operazione militare americana e israeliana. Il ragionamento è di natura strategica: l’Iran ha raggiunto un livello di arricchimento dell’uranio pari al 60%, una soglia largamente superiore alle necessità civili e prossima a quella necessaria per costruire un’arma nucleare. A questo si aggiunge la capacità missilistica a lungo raggio del regime degli ayatollah, che dichiara apertamente di voler distruggere Israele.

La domanda che Meloni pone non è se la guerra piaccia, ma quale sia il rischio comparato: un conflitto oggi per impedire l’acquisizione della bomba, oppure un attacco nucleare domani da parte di quel regime. Una valutazione che richiede informazioni che, come ha ammesso, non possiede in modo completo, non avendo avuto accesso diretto ai tavoli negoziali con Teheran. L’unica via percorribile rimane il tentativo di un accordo che limiti l’arricchimento dell’uranio a fini esclusivamente civili, in linea con la posizione della maggioranza dei paesi europei.

Sul ruolo dell’Italia, la premier ha mostrato un’ambizione più marcata rispetto alle dichiarazioni del ministro della Difesa Crosetto: il paese può esercitare una funzione diplomatica rilevante grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, alle relazioni con i paesi del Golfo — Meloni è stata ospite d’onore del Consiglio di Cooperazione del Golfo — e ai canali con attori chiave come Turchia e India, gli unici, a suo avviso, in grado di svolgere una mediazione credibile in questo scenario.

Autonomia strategica: il prezzo della libertà

La dipendenza europea dagli Stati Uniti non è un accidente della storia, ma la conseguenza di scelte precise compiute nei decenni scorsi: sicurezza delegata a Washington, energia acquistata da Mosca, materie prime importate da Pechino. Quando i tre shock — pandemia, guerra in Ucraina, tensioni in Medio Oriente — si sono abbattuti in rapida successione, l’Europa si è trovata esposta su tutti i fronti simultaneamente. Meloni rivendica di essere stata tra i pochi a sollevare questo problema già quando era all’opposizione, pagando l’etichetta di “sovranista” come se chiedere autonomia strategica fosse un’eresia.

Sul caro-carburante legato alle tensioni con l’Iran, il governo ha attivato un rafforzamento del monitoraggio tramite la Guardia di Finanza per contrastare la speculazione. Lo strumento strutturale è quello delle accise mobili, introdotto nel 2008 e riformato nel 2023: quando il prezzo del carburante supera una soglia critica, il maggior gettito IVA viene reimpiegato per ridurre le accise, calmierando i prezzi. Il meccanismo funziona però solo in presenza di rincari strutturali e non su picchi speculativi di breve durata.

Il referendum sulla giustizia: merito contro corporativismo

Il cuore dell’intervista è il referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Meloni ha invertito l’onere della prova rispetto ai critici: almeno 21 dei 27 paesi dell’Unione Europea hanno già carriere separate. Chi accusa la riforma di “derive illiberali” deve spiegare perché la stessa soluzione adottata dalla maggioranza europea sarebbe antidemocratica solo in Italia.

Il problema del sistema attuale è strutturale: chi valuta e chi viene valutato operano nello stesso ambiente, con legami corporativi che rendono di fatto impossibile sanzionare le inefficienze. Meloni ha citato due casi concreti: un giudice che ha ritardato di un anno e sette mesi la scarcerazione di un detenuto, giudicato dal CSM con “limitata rilevanza” e promosso; un giudice di tribunale per la famiglia con circa sessanta ritardi nel deposito delle sentenze, alcuni vicini ai quattro anni, anche in questo caso senza conseguenze disciplinari.

Sul CSM, la premier ha smontato la narrativa della sua estraneità alla politica: negli ultimi venticinque anni i vicepresidenti dell’organo sono stati, tra gli altri, Giovanni Legnini, ex sottosegretario del governo Renzi e militante PD; Davide Ermini, ex deputato PD e responsabile giustizia del partito; Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno. Il meccanismo attuale prevede che i leader dei partiti si spartiscano i componenti laici per peso politico. La riforma sostituisce questa logica con un sorteggio da una lista di candidati qualificati, con la possibilità, nella legislazione attuativa, di vietare ai politici di sedere nel CSM per un periodo determinato.

L’Alta Corte disciplinare, novità centrale della riforma, assumerebbe le funzioni disciplinari oggi in capo al CSM: composta per quattro quinti da magistrati e per un quinto da componenti laici scelti per sorteggio, opererebbe in piena autonomia. Per la prima volta nella storia repubblicana, i giudici che commettono errori verrebbero valutati da un organo indipendente. Un principio sancito già da un referendum del 1987 approvato con oltre l’80% dei voti, poi rimasto lettera morta.

Il decreto sicurezza e le garanzie all’intelligence hanno chiuso il confronto: Meloni ha difeso l’articolo 31, che aggiorna gli strumenti operativi per l’infiltrazione nei gruppi terroristici, sottolineando che ogni azione richiede autorizzazione dell’autorità competente e che il terrorismo contemporaneo — basato su cellule autonome e lupi solitari — non può essere contrastato con norme pensate per le Brigate Rosse.

Eccovi il video dell’intervista

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