Gli effetti dell’alcol sul cervello troppo spesso non considerati dai giovani
Dalla bocca al cervello: il viaggio biochimico dell'alcol nel corpo umano

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Dall'assorbimento in bocca alla morte dei neuroni: la scienza spiega cosa accade davvero nel corpo quando si beve alcol, organo per organo.
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La conoscenza è il faro che illumina ogni nostro passo.

Come l’etanolo supera le nostre difese naturali e trasforma chimica in euforia

Bastano pochi sorsi perché l’etanolo inizi a modificare il funzionamento di organi, ormoni e neuroni. Eppure l’abitudine di bere bevande alcoliche è vecchia quanto la civiltà stessa: si stima che già le popolazioni preistoriche consumassero fermentati derivati dalla frutta, mentre gli antichi Egizi producevano vino e birra e dedicavano un’intera festa annuale all’ubriachezza, in onore della dea Hathor. Quello che è cambiato, millenni dopo, è la possibilità di capire esattamente cosa accade dentro il nostro corpo dal primo sorso all’insopportabile mattina successiva.

L’unico alcol presente nelle bevande che consumiamo è l’etanolo, o alcol etilico. Gli alcoli sono una famiglia chimica numerosa, ma solo l’etanolo è edibile. Il processo che porta all’ubriachezza inizia prima ancora di rendersene conto: già mentre si beve, una piccola quota di etanolo viene assorbita direttamente dalle mucose della bocca, della lingua e dell’esofago, finendo nel sangue senza passaggi intermedi. Nello stomaco viene poi trattenuto un ulteriore 20% della sostanza, mentre la parte restante viene indirizzata al fegato per essere metabolizzata.

Il fegato è il principale campo di battaglia. Qui una serie di enzimi, proteine capaci di accelerare reazioni chimiche, trasforma l’etanolo in acetaldeide, una sostanza altamente tossica per l’organismo e principale responsabile dei sintomi del cosiddetto hangover. Per limitare i danni, un secondo gruppo di enzimi interviene prontamente per convertire l’acetaldeide in acetato, una molecola molto meno aggressiva. Il problema sorge quando le quantità di alcol ingerite superano la capacità lavorativa del fegato. Un bicchiere da 125 millilitri di vino con una gradazione del 12% contiene circa 12 grammi di etanolo: smaltirlo richiede circa un’ora e mezza. Berne dieci bicchieri significa introdurre 120 grammi di etanolo, un carico che richiederebbe oltre dieci ore di metabolizzazione continua, un ritmo che il fegato non riesce a sostenere. L’eccesso di acetaldeide viene quindi riversato nuovamente nel sangue, dando il via alla sbornia vera e propria.

L’alcol in circolo produce il primo effetto visibile: la vasodilatazione. Vene, arterie e capillari si dilatano, aumentando il flusso sanguigno e generando quella tipica sensazione di calore che molti associano alle bevande alcoliche. È però un effetto ingannevole. La dilatazione dei vasi favorisce la dispersione termica verso l’esterno, abbassando in realtà la temperatura corporea interna. Nei casi più gravi, questa dinamica può aumentare il rischio di ipotermia, rendendo pericoloso l’alcol in ambienti freddi contrariamente a quanto si crede comunemente.

L’etanolo interferisce anche con la vasopressina, un ormone che regola il riassorbimento dei liquidi a livello renale. Quando la sua produzione cala, i reni perdono la capacità di trattenere l’acqua e la espellono con le urine, trascinando con sé anche i sali minerali e i liquidi utili all’organismo. Ecco perché durante una serata di bevute si avverte un bisogno frequente di urinare: non è il volume della bevanda, ma l’interferenza ormonale dell’etanolo a svuotare continuamente la vescica.

Proseguendo il suo percorso, l’alcol raggiunge il cuore, che lo pompa verso i polmoni. Qui una parte viene espulsa con il respiro, producendo il caratteristico alito pesante. La destinazione finale è però il cervello. Per arrivarci, l’etanolo deve attraversare la barriera emato-encefalica, un filtro altamente selettivo che impedisce a virus, batteri e molte sostanze nocive di raggiungere il tessuto cerebrale. L’alcol riesce ad aggirarla grazie alla sua capacità di mescolarsi con i lipidi che compongono questa barriera, superandola e arrivando direttamente ai neuroni.

Una volta nel cervello, l’etanolo agisce sul rilascio e sul riassorbimento di diversi neurotrasmettitori, le molecole chimiche che trasmettono informazioni tra le cellule nervose. I principali coinvolti sono l’acetilcolina, la dopamina, l’acido gamma-aminobutirrico e il glutammato. Alterando questi messaggeri, l’alcol rallenta il flusso dei segnali cerebrali: le sensazioni vengono percepite con minore intensità, la tensione cala, l’euforia aumenta e la memoria si indebolisce. Con meno informazioni complesse da elaborare, il cervello si concentra su concetti più semplici, il che spiega perché chi è ubriaco tende a ripetere le stesse frasi elementari con la convinzione di stare pronunciando pensieri profondi.

Il conto si salda la mattina dopo. La disidratazione accumulata durante la notte è la causa principale dei postumi: con la vasopressina ancora soppressa, gli organi vitali iniziano a sottrarre liquidi da ogni riserva disponibile, incluso il cervello. I tessuti cerebrali si restringono, riducendo il fluido che separa il cervello dalla scatola cranica. Questo stiramento delle membrane che avvolgono l’organo genera il classico mal di testa pulsante del giorno dopo, che si accompagna a nausea, spossatezza e disturbi gastrici causati dall’irritazione della mucosa dello stomaco.

I danni più gravi, tuttavia, non si manifestano il mattino successivo ma si accumulano nel tempo. Il consumo cronico ed eccessivo di alcol è associato a numerose patologie: cirrosi epatica e altre malattie del fegato, diabete, ictus, disturbi cardiovascolari. L’effetto più estremo sul sistema nervoso è l’apoptosi neuronale, ovvero la morte programmata dei neuroni, un processo che riduce irreversibilmente le capacità cognitive in chi abusa di alcolici per anni.

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