La noia esistenziale colpisce soprattutto chi ha risolto il problema professionale: ecco perché e come uscirne
Carla ha 52 anni, dirige un dipartimento di ricerca farmaceutica a Milano, guadagna bene, viene rispettata dai colleghi. La domenica pomeriggio fissa il soffitto per due ore. Non è depressa, dice il suo psicologo. È annoiata. E la noia, precisa lui, è una cosa più complicata della depressione.
La psicologia contemporanea distingue tra due tipi di noia: quella superficiale, remediabile con uno stimolo qualsiasi, e quella profonda, che i ricercatori dell’Università di Waterloo chiamano existential boredom. Quest’ultima non risponde agli stimoli ordinari. Puoi accendere Netflix, chiamare un’amica, aprire una bottiglia di Barolo: la sensazione non si sposta. Rimane lì, ottusa, come un rumore di fondo che non si riesce a localizzare.
A cinquant’anni, chi ha investito tutto nell’identità professionale si ritrova spesso in questo territorio.
Il problema ha una struttura precisa. Fino ai quarant’anni, l’energia psichica viene assorbita da obiettivi chiari: costruire una carriera, crescere i figli, pagare un mutuo, affermarsi. Poi quegli obiettivi o si raggiungono o si ridimensionano. Rimane uno spazio che prima non esisteva, e quello spazio fa rumore.
La psicoanalista Alessandra Lemma descrive questo fenomeno come “il costo del successo unilaterale”: quando una sola area della vita assorbe tutta la vitalità di una persona, le altre aree si atrofizzano silenziosamente. Non spariscono. Restano lì, sottosviluppate, e a un certo punto cominciano a reclamare ossigeno.
I dati lo confermano. Uno studio pubblicato nel 2021 sul Journal of Personality and Social Psychology ha monitorato 3.200 adulti tra i 45 e i 60 anni per cinque anni. Le persone con alta soddisfazione lavorativa e bassa soddisfazione nelle relazioni personali, nel tempo libero e nella vita corporea mostravano livelli di benessere complessivo inferiori anche a chi aveva un lavoro mediocre ma una vita extra-professionale ricca. Il lavoro gratificante non compensa. Addiziona, non sostituisce.
Cosa manca, concretamente? Spesso non lo si sa nemmeno nominare.
La filosofa tedesca Svenja Flaßpöhler, nel suo saggio Sensibel pubblicato nel 2021, sostiene che la noia adulta sia spesso la spia di un corpo trascurato. Non nel senso della salute, ma della sensorialità. A cinquant’anni molte donne — il fenomeno riguarda prevalentemente le donne, per ragioni culturali che hanno a che fare con la tendenza femminile a costruire l’identità attraverso il ruolo anziché il desiderio — hanno smesso di fare cose con le mani, di muoversi per piacere, di cucinare con attenzione, di toccare superfici diverse. Il corpo è diventato un veicolo, non un’esperienza.
Rientrare nel corpo non significa iscriversi a una palestra. Significa trovare attività che producono quello che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi chiama flow: uno stato di assorbimento totale in cui il tempo si cancella. Il flow richiede una sfida proporzionata alla competenza — troppo facile annoia, troppo difficile spaventa. Per chi è abituata a gestire complessità al lavoro, le attività del tempo libero spesso risultano insulse proprio perché sottostimolano.
La ceramica, la falegnameria, l’arrampicata, l’apprendimento di una lingua difficile come il giapponese o il russo: queste attività hanno in comune la presenza di una curva di apprendimento ripida, risultati visibili, errori con conseguenze concrete. Sono l’opposto dello scrolling sui social, che produce stimolazione senza apprendimento e lascia più vuoti di prima.
Un’altra dimensione spesso trascurata è quella del contributo non professionale. Chi lavora in modo soddisfacente tende a delegare interamente il senso di utilità alla sfera lavorativa. Ma l’utilità percepita fuori dal contesto professionale ha un effetto diverso sul benessere: attiva reti sociali eterogenee, mette in contatto con persone che non ti conoscono per il tuo ruolo, costringe a negoziare la propria identità da zero. Il volontariato in contesti lontani dalla propria expertise — non consulenza gratuita, ma presenza fisica in un contesto nuovo — ha mostrato effetti misurabili sull’umore in diversi studi longitudinali, tra cui uno condotto dall’Università di Exeter nel 2020 su un campione di 70.000 adulti.
Poi c’è la questione delle relazioni. A cinquant’anni, molte persone si ritrovano con un’agenda sociale cristallizzata: le stesse quattro persone, gli stessi argomenti, gli stessi ristoranti. Le amicizie non si sono deteriorate, si sono semplicemente fossilizzate in rituali prevedibili. La prevedibilità relazionale è uno degli alimenti principali della noia profonda.
Gli psicologi Arthur Aron e Barbara Fraley hanno dimostrato già nel 1997 che le relazioni — sentimentali ma anche amicali — traggono vantaggio dall’esposizione condivisa a esperienze nuove e leggermente rischiose. Non il viaggio organizzato a Lisbona con le solite amiche, ma qualcosa che nessuna di voi ha mai fatto, con un esito incerto. L’incertezza condivisa genera intimità e combatte la noia relazionale con un meccanismo fisiologico preciso: attiva la dopamina, che è il neurotrasmettitore della curiosità e dell’anticipazione, non del piacere ottenuto.
Chi studia il benessere nell’età di mezzo cita spesso il concetto junghiano di individuazione: il processo con cui, nella seconda metà della vita, ci si avvicina alle parti di sé che sono rimaste inespresse. Jung lo descriveva come un lavoro obbligatorio, non opzionale. Chi non lo affronta non invecchia male per cause esterne: invecchia male perché non ha completato se stesso.
Per Carla, il punto di svolta è arrivato quando ha smesso di cercare attività che la distraessero dalla noia e ha cominciato a chiedersi cosa avesse sistematicamente evitato per trent’anni. La risposta, nel suo caso, era scrivere narrativa. Non pubblicare, non avere un pubblico: scrivere. Ha cominciato a farlo ogni mattina dalle sei alle sette, prima del lavoro. Dopo otto mesi dice che la domenica pomeriggio ha smesso di pesarle.


