Ogni anno vengono prodotte oltre 10 milioni di tonnellate di pet food in Europa, spesso con ingredienti provenienti da tre continenti diversi
Il sacchetto di crocchette che apri ogni sera può contenere farina di pesce pescata nell’Oceano Pacifico, cereali coltivati in Argentina e additivi sintetizzati in Cina. Questa è la realtà della maggior parte del pet food industriale che occupa gli scaffali dei supermercati italiani, e sempre più proprietari di cani e gatti stanno iniziando a farsi domande scomode su quello che nutrono i loro animali.
Filiera corta
Applicata al pet food, la filiera corta indica un sistema produttivo in cui la distanza tra la fonte degli ingredienti e il prodotto finito è ridotta al minimo, sia geograficamente che in termini di passaggi commerciali. Significa carne proveniente da allevamenti locali certificati, verdure coltivate in Italia o al massimo in Europa, lavorazione effettuata nel paese di vendita. Non è solo una questione etica: più breve è la catena, minore è il rischio di adulterazioni, maggiore è la tracciabilità. Il caso della crisi della melanina nel pet food a base di ingredienti cinesi, esploso nel 2007 e che causò la morte di migliaia di animali negli Stati Uniti, rimane il riferimento storico più drammatico sulle conseguenze di filiere opache e intercontinentali.
Come leggere l’etichetta senza farsi ingannare
Le etichette del pet food seguono in Europa il Regolamento CE 767/2009, che obbliga i produttori a dichiarare gli ingredienti in ordine decrescente di peso. Il primo elemento in lista è quello presente in quantità maggiore. Ma attenzione: se trovi “farine di carne” invece di “pollo” o “manzo”, il produttore non è obbligato a specificare la specie animale né la provenienza geografica. La dicitura “di origine UE” è un segnale positivo ma non sufficiente: l’Unione Europea comprende 27 paesi con standard zootecnici molto diversi. I brand più trasparenti indicano il paese specifico, il tipo di allevamento e a volte il nome dell’azienda fornitrice. Se un’etichetta non riporta nulla di tutto questo, la filiera è quasi certamente lunga e poco verificabile.
I brand europei che stanno cambiando le regole
In Italia e in Europa esistono realtà che stanno costruendo modelli alternativi credibili. L’azienda italiana Amì ha puntato sul pet food vegano con ingredienti certificati biologici e filiera completamente europea, ottenendo riconoscimenti internazionali per la sua impronta carbonica ridotta. Almo Nature, fondata a Genova nel 1998 e oggi parte di una fondazione no-profit per la conservazione della biodiversità, pubblica annualmente un rapporto di sostenibilità con dati verificabili. In Germania, Yarrah produce crocchette biologiche certificate con ingredienti tracciati dalla fattoria al sacchetto. Questi non sono casi isolati: secondo il rapporto GfK del 2023, il segmento premium-naturale nel pet food europeo cresce a un ritmo del 9% annuo, spinto proprio dalla domanda di trasparenza.
Cibo industriale, naturale e raw food: l’impatto ambientale a confronto
Il cibo industriale standard utilizza in larga parte sottoprodotti dell’industria alimentare umana, il che paradossalmente riduce lo spreco ma introduce ingredienti di qualità nutritiva variabile e spesso trasportati su lunghe distanze. Il cibo naturale, quando prodotto localmente con materie prime certificate, abbatte le emissioni legate al trasporto ma richiede spesso più risorse agricole per gli ingredienti freschi. Il raw food, cioè il cibo crudo composto da carne fresca, ossa e organi, ha un profilo ambientale complesso: se la carne proviene da allevamenti intensivi convenzionali, l’impatto è elevato quanto quello della carne per consumo umano. Uno studio pubblicato nel 2022 sulla rivista PLOS ONE ha calcolato che la produzione di pet food negli Stati Uniti genera tra l’1,1 e il 2,9% delle emissioni agricole totali del paese, una cifra destinata a crescere con l’aumento della popolazione di animali domestici.
Il peso ambientale del pet food tradizionale
Il packaging rappresenta una delle criticità più sottovalutate. I sacchetti multicstrato di crocchette sono quasi impossibili da riciclare nei circuiti tradizionali perché combinano plastica, alluminio e carta in strati inseparabili. Le lattine di umido sono tecnicamente riciclabili ma il processo richiede energia significativa. Alcune aziende come Edgard & Cooper, brand belga fondato nel 2016, hanno introdotto sacchetti certificati Home Compostable, ma si tratta ancora di eccezioni. Sul fronte delle materie prime, l’utilizzo massiccio di soia come proteina vegetale nel pet food industriale contribuisce alla deforestazione in Brasile, dove oltre il 70% della soia mondiale viene coltivata su terreni sottratti alla foresta amazzonica o al Cerrado.
Scelte consapevoli senza svuotare il portafoglio
Orientarsi verso prodotti più sostenibili non impone necessariamente un salto di spesa netto. Acquistare formati grandi riduce il packaging pro capite e spesso abbassa il costo per chilo. Scegliere brand che indicano esplicitamente la provenienza degli ingredienti non significa automaticamente spendere di più: marchi come Trainer, prodotto in Italia da un’azienda con sede a Brescia, offrono linee con ingredienti europei a prezzi competitivi con i prodotti internazionali. Valutare l’integrazione parziale con alimenti freschi avanzati dalla cucina di casa, come verdure cotte o carne bollita senza condimenti, può ridurre la dipendenza dal prodotto confezionato. Aderire a gruppi di acquisto collettivo per pet food naturale è una pratica diffusa in città come Milano, Bologna e Torino, dove alcune associazioni animaliste organizzano ordini mensili direttamente da piccoli produttori locali, tagliando gli intermediari e ottenendo prezzi inferiori del 15-20% rispetto al dettaglio.

