Un oggetto degli anni Venti custodisce la storia di uno dei locali più stravaganti della capitale tedesca
Una scatola di latta decorata con ornamenti dorati e marroni, venduta probabilmente intorno agli anni Venti del Novecento, è oggi un documento storico tra i più eloquenti sulla Berlino di Weimar. La Coffee Box “Moka Efti” è conservata al Museum der Dinge di Berlino ed è stata scelta come oggetto del mese di gennaio 2019. Piccola, elegante, carica di simboli, racconta una città che non esiste più.
Il nome impresso sulla scatola rimanda direttamente a Giovanni Eftimadis, mercante di origine greca che nel 1926 aprì la sua caffetteria all’angolo tra Leipziger Straße e Friedrichstraße, nel cuore pulsante di Berlino. La scelta della posizione non fu casuale: quella zona era già un crocevia commerciale e sociale di primo piano. Ma fu quando Eftimadis trasferì il locale nell’Equitable Palace, sul lato opposto della strada, che il Moka Efti divenne qualcosa di radicalmente diverso da una semplice caffetteria.
L’edificio ospitava un ecosistema intero. Oltre alla sala da tè e alla pista da ballo, i frequentatori trovavano un salone di parrucchiere, un ristorante di pesce, una sala scacchi, un salone da biliardo e persino un servizio di stenografia. Un luogo pensato per trattenere i clienti per ore, capace di soddisfare bisogni diversissimi sotto lo stesso tetto.
Sul piano architettonico, il Moka Efti introdusse soluzioni che all’epoca stupivano. Fu tra i primissimi edifici di Berlino a installare una scala mobile accessibile al pubblico, un marchingegno che attirava curiosi dalla strada e li trascinava letteralmente verso il locale. L’attrazione non era solo il caffè: era l’esperienza stessa di entrare.
Gli interni, però, giocavano su un registro completamente opposto alla modernità tecnologica dell’ingresso. Lo stile scelto fu orientalistico e storicizzante, un richiamo dichiarato all’esotico che nella Berlino degli anni Venti funzionava come calamita sull’immaginario borghese. Dal corridoio d’ingresso, i visitatori raggiungevano le altre sale attraverso una riproduzione di una carrozza ferroviaria. Il viaggio era simulato, ma il senso di avventura era reale.
La scatola di caffè segue questa stessa logica comunicativa. Il termine “moka” evoca l’Arabia, lo Yemen, le rotte commerciali del caffè che nei secoli avevano alimentato fantasie europee sull’Oriente. Gli ornamenti dorati amplificano l’associazione con le Mille e una notte, quel repertorio di immagini che l’Europa ottocentesca aveva trasformato in un codice estetico capace di eroticizzare e romanticizzare l’altrove. Comprare quella scatola significava portarsi a casa un frammento di quell’immaginario.
Il locale fu distrutto da un bombardamento nel 1943. Con esso sparì anche il contesto fisico che ne aveva alimentato la leggenda. Ma la memoria del Moka Efti non si è mai dissolta del tutto, e negli ultimi anni ha subito una trasformazione radicale grazie alla serialità televisiva.
La serie Babylon Berlin, coproduzione tedesca trasmessa dal 2017 e ambientata proprio nella Berlino di fine anni Venti, ha scelto il Moka Efti come scenario ricorrente, trasformandolo in un luogo simbolo dell’epoca: musica jazz, cabaret, intrighi e atmosfere torbide. La serie ha raggiunto un pubblico internazionale enorme e ha impresso nell’immaginario collettivo un’immagine precisa di quel locale.
Il problema è che quell’immagine è in larga parte inventata. Il Moka Efti originale non era un nightclub, né tanto meno un bordello, come la narrazione seriale lascia intuire. Era un caffè di lusso con ambizioni culturali e architettoniche, frequentato da una clientela borghese attratta dalla modernità dell’esperienza più che dalla trasgressione. La mitologia costruita da Babylon Berlin ha sovrascritto la realtà storica in modo così efficace da renderla quasi irrecuperabile per chi non conosce le fonti.
Le riprese della serie non si tengono nemmeno in un luogo storicamente connesso al locale originale. Il set utilizzato è il Cinema Delphi nel quartiere di Weissensee, inaugurato nel 1929 e oggi sotto tutela come edificio di interesse storico-architettonico. Una struttura reale degli anni Venti, dunque, ma senza alcun legame diretto con Eftimadis o con l’Equitable Palace.
La scatola di latta custodita al Museum der Dinge resiste a questa stratificazione di miti. Oggetto prodotto e venduto quando il locale era ancora in attività, porta impressa una storia autentica: quella di un imprenditore greco che a Berlino costruì qualcosa di unico, mescolando tecnologia d’avanguardia e nostalgia orientalistica, scala mobile e carrozza ferroviaria finta, modernità e sogno.
Note di gusto: Il nome derivava dall’acronimo di Mokka-Express-Filiale-Türkisch-Import, la società fondata dall’imprenditore di origini greche Giorgio Mochalis. L’edificio progettato dall’architetto Bruno Taut e rimodellato nel 1931 da Fritz Wilms incarnava lo stile della Neue Sachlichkeit, la nuova oggettività architettonica che rifiutava l’ornamento a favore di linee funzionali e moderne.
Oggi, Moka Efti è conosciuto come uno dei più importanti ed esclusivi torrefattori.


